LAMBERTO PETRECCA

VULCANO DICÒ

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DICÒ è un artista romano già noto sia in Italia che negli Stati Uniti che, ad un certo punto del suo percorso di vita e professionale, elabora e forgia uno stile particolarissimo. Esegue ritratto di personaggi famosi avviluppati da una lastra di materiale plastico che poi viene bruciato e piegato dando così all’opera una prospettiva nuova e tridimensionale.

Se Walter Benjamin con il suo saggio del 1836 “L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica” ha illustrato i presupposti teorici di un’arte che porterà poi Andy Warhol a esprimere per primo e meglio di altri la serialità quale forma più rispondente al cotesto epocale, dicò compie un percorso esattamente inverso rispetto a Warhol.

L’arte di Warhol si concentrava nel moltiplicare la valenza unica di un mito riconosciuto come tale dalla società di massa – da Marylin a Liz Taylor, da Mao alla zuppa Campbell – per darne una forma serigrafata riproducibile appunto ad libitum. Dall’unicità alla molteplicità.

DICÒ, invece, utilizza i miti già ampiamente massificati dai media e li trasfigura rendendoli nuovamente unici grazie alla combustione. Il fuoco, quindi, diventa il medium attraverso il quale donare nuovamente all’opera d’arte l’aura perduta per eccesso di riproduzione. Dalla molteplicità all’unicità.

Nella storia della cultura occidentale, Prometeo, il Titano che ruba il fuoco a Zeus per donarlo agli uomini e che per questo viene punito e incatenato, è rimasto simbolo di ribellione e di sfida alle autorità e alle imposizioni, così come anche metafora del pensiero, archetipo di un sapere sciolto dai vincoli del mito, della falsificazione e dell’ideologia.
Ormai gli storici delle ere preistoriche e gli antropologi non parlano più della scoperta del fuoco ma del controllo del fuoco.
DICÒ non fa quindi un uso del fuoco distruttivo e iconoclasta, ma un uso rivitalizzante e quasi grazioso. Anche l’uso del neon diventa nelle sue opere un elemento gentile – il neon è appunto un gas nobile – mutuato sì dall’universo pubblicitario, ma capace di ingentilire il mito sottraendolo alla retorica agiografica.

E accanto ai personaggi noti già assurti a icone del proprio tempo – dalla stessa Marylin alla Gioconda, da Gandhi a Fidel Castro, da Mohammad Ali a Gianni Agnelli – DICÒ ritrae anche monumenti e architetture altrettanto iconiche, dalla Torre Eiffel alle Torri Gemelle, per rappresentare un universo estetico basato sui simboli e sulle loro trasfigurazioni.

Intuizione felice quella di rappresentare nel proprio Pantheon immaginifico anche monumenti o architetture simbolo alla stregua di veri e propri personaggi pubblici, dato che infatti già nel ‘400 Angelo Poliziano attribuiva all’architettura e ai monumenti a cielo aperto un indubbio vantaggio rispetto alle altre forme d’arte: quello della ricezione nella distrazione. Il contadino che viene dalla campagna a Firenze con il suo carretto per andare al mercato, non sa nulla di arte – diceva il Poliziano – ma ci passa in mezzo e inevitabilmente la bellezza gli entra dentro e lo arricchisce anche suo malgrado.

I personaggi famosi, i VIP se così si vuol dire – inclusi i monumenti famosi che assurgono quindi al rango di veri e propri personaggi viventi e vibranti – in realtà significano e servono una scelta ben precisa: bruciare per ricreare, distruggere e idealizzare al tempo stesso. Ancor meglio e ancor di più: ciò che è idealizzato e mitizzato, resisterà se bruciato, contorto, distorto e ricreato? È la prova del nove – o la cartina di tornasole, se si preferisce – delle icone del nostro tempo.

È vero poi: rimbalzano, nelle opere di DICÒ, le famose combustioni di Burri.
ma anche in questo caso DICÒ segue un procedimento opposto, introducendo un elemento divergente rispetto al modello: l’elemento figurativo dei ritratti di sfondo.
burri infatti lavorava sull’astratto. DICÒ invece rende plastici e combusti personaggi veri e reali. È la vita stessa – attraverso i suoi esponenti più noti – che si deforma e trasmuta in altro. I ritratti di DICÒ diventano così quasi dei Primi Piani cinematografici.

Non è un caso, infatti, che siano ormai tante le stelle del cinema che hanno voluto un proprio ritratto da DICÒ: da Keanu Reeves a Morgan Freeman, da Javier Bardem a Penelope Cruz, da Luisa Ranieri ad Antonio Banderas solo per citarne alcuni.

Ecco allora che il Primo Piano coglie la trasformazione in un determinato istante avvisandoci però che l’attimo dopo non sarà più come prima. È la cristallizzazione di un processo in atto; è un fotogramma con un prima e un dopo; è un ritratto unico proprio perché molteplici sono le sue declinazioni, ma una sola è la dimensione storicizzata dell’anima. Cambia attimo dopo attimo. DICÒ fissa un solo attimo. Qui e ora. Dopo chissà.

C’è infine nelle opere di DICÒ un che di magico e di infantile al tempo stesso. I soggetti delle sue opere sono universalmente noti. Le sue creazioni, grazie alla trasfigurazione operata dalla combustione, sono uniche anche quando il soggetto viene ripetuto.
eppure quando ci si trova dinanzi a una sua opera, il sentimento che più si impadronisce di noi è uno solo: lo stupore. E si vorrebbe quasi chiedere che ne facesse altre oltre a quelle appena viste. Anche uguali.

È noto come nei bambini ci sia l’assolutezza delle emozioni: in loro la bontà è assoluta così come la cattiveria, è assoluta la generosità tanto quanto il loro egoismo, il buono e il cattivo, il bello e il brutto sono sempre totali, assoluti. Ecco, nei bambini c’è la purezza dell’assoluto. Ed è tale perché non viene mai diminuita dalla ripetizione, dalla serialità. Anzi, ne viene quasi amplificata, confermata. “Ancora!” è una delle esclamazioni più ricorrenti nel loro vocabolario, desiderano rivedere un film o risentire una canzone, una storia, decine, centinaia di volte senza per questo diminuire l’emozione della prima volta. Ecco, la stessa purezza dell’assoluto sta dietro, direi dentro, le opere di DICÒ.
Nella Pop-Art l’unicità del mito diventa serialità. Ma poi in DICÒ è la serialità che ridiventa unicità ogni volta.

LAMBERTO PETRECCA
Curatore